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Al Amari sabato, 9 agosto 2008

Posted by elimoretti in Ramallah.
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Qualche commento sul campo di Al-Amari.
Il campo e’ alla periferia di Ramallah, 10 minuti a piedi dalla citta’. E’ un quadrato di 1 chilometro di lato, in cui vivono circa 8-10 mila persone, oltre la meta’ sono bambini. Al nostro arrivo e ogni volta che ci vedono ci salutano con larghi sorrisi, “Ciao”, “Hello”, “Salam” e “uotsiorneim? doiuspickarab?”. Qualcuno del gruppo parla arabo e quindi riusciamo a fare un poco di conversazione, quel poco possibile con bimbi cosi’ piccoli. Le strade del campo sono molto strette, alcune non sono asfaltate. Ci hanno spiegato che lo spazio e’ poco, il terreno e’ concesso dalle Nazioni Unite e non si puo’ allargare, dato che le famiglie hanno spesso 10 figli le case sono state costruite molto vicine e si sviluppano in altezza. Ci sono solo due spazi aperti in tutto il campo, in cui di giorno si puo’ prendere un po’ di sole: sono i due centri per i bambini (uno e’ quello che ci ospita) costruiti proprio per permettere ai piccoli di giocare all’aria aperta. Devo ancora capire (ma qui la comunicazione non e’ facile, non tutti i locali parlano una lingua europea) se i rifugiati che abitano qui non si trasferiscono per motivi economici (dato che le abitazioni sono concesse dall’ONU, probabilmente non devono pagare l’affitto) oppure per altre motivazioni (ad esempio non so se hanno una qualche cittadinanza, molti provengono da citta’ che oggi sono israeliane).
Per il momento, pero’, nonostante le difficili condizioni che evidentemente vivono le persone che abitano qui, non ci siamo imbattuti in evidenti scene di poverta’. Tutti sono vestiti decorosamente e ci accolgono offrendoci succhi di frutta, the, dolci, caramelle… ovviamente con sorrisi cosi’ belli che non si puo’ rifiutare nulla. Ho perfino bevuto due caffe’, io che non ne bevo mai. Una ragazza spagnola del gruppo ha espresso perfettamente la situazione: “They have nothing and give us everything”.

Ramallah e’ la capitale de facto della Cisgiordania. Anche qui non abbiamo visto nessuna scena di poverta’. La percentuale di donne senza velo qui e’ piu’ alta che nei posti in cui siamo stati fino ad ora, se ne vede circa una ogni dieci. I negozi vendono merci di tutti i tipi, dagli abiti arabi, ai gioielli, alle cartelle delle Barbie. Ho bevuto un succo di carrube, scoprendo che in arabo “carruba” di dice quasi nello stesso modo che in italiano, incredibile. Ci spostiamo in taxi collettivi, il numero di auto private e’ bassissimo mentre quello di taxi singoli e collettivi e’ molto piu’ alto di quello delle citta’ europee. Non ho ancora visto un servizio di autobus e anche la nettezza urbana e’ un po’ carente (ma pensavo peggio). Nel programma dei prossimi giorni c’e’ anche la visita ad un altro villaggio e li’ le condizioni di poverta’ saranno sicuramente peggiori.

Ah, la kefia non si chiama kefia e nemmeno kefia’ come la chiamano qui i francesi. Si chiama in un modo impronunciabile che cerchero’ di imparare prima di ripartire. Per il momento di arabo, a parte “salam”, ho imparato soltanto “yalla”, che significa “andiamo”, non e’ molto per farsi capire.

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