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OCHA (Ufficio per la Coordinazone degli Affari Umanitari) mercoledì, 6 agosto 2008

Posted by elimoretti in Gerusalemme, Tel Aviv.
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Questi sono gli appunti presi durante la visita all’Ufficio per la Coordinazione degli Affari Umanitari delle Nazioni Unite. Li copio senza riuscire a sistemarli, a causa del poco tempo a disposizione, ma mi sembrano molto interessanti perche’ derivano da un punto di vista “esterno” e imparziale. Tutti i commenti NON sono miei, ma della funzionaria che ha tenuto il seminario. Mi scuso per il linguaggio un po’ involuto ma si tratta di appunti, per di piu’ presi in un seminario in inglese. Vedro’ di sistemarli al ritorno.

Scopo: analizzare le necessita’ nelle zone di conflitto e coordinare le agenzie internazionali. Un ufficio a Gerusalemme, con distaccamenti a Ramallah, Nablus, Hebron e Gaza.

Problemi di movimenti e di accesso. Le Nazioni Unite effettuano un monitoraggio continuo, pubblicando ogni sei mesi una carta degli accessi e delle chiusure.

In West Bank (nome inglese per Cisgiordania) ci sono dei problemi di blocchi all’interno del territorio con problemi di mobilita’: checkpoint, barriere, strade solo per i coloni etc. Invece a Gaza non ci sono chiusure interne ma il territorio e’ tutto circondato e quindi ci sono problemi di entrata ed uscita di merci e persone.

In West Bank ci sono 11 grandi citta’ e circa 2,5 milioni di abitanti. Inoltre ci sono 149 colonie israeliane e circa 100 avamposti, per un totale di circa 450.000 coloni israeliani.

Elenco delle tipologie di chiusure delle strade:
Checkpoints
: aperti 24 ore su 24 (secondo i dati di aprile 2008 sono 71) o parziali (17).
Tranches
: veri e propri tagli della strada, per impedire il passaggio delle auto. Ce ne sono 17, lunghi anche 20 chilometri, come quello intorno a Gerico.
Road Blocks:
Blocchi di cemento a “cubo” sulle strade per impedire il passaggio delle auto. Ne abbiamo visti parecchi sulla via per Tel Aviv. Ce ne sono 75, per una lunghezza totale di 124 chilometri.
Earth Mounds: Montagnole di detriti e spazzatura che formano un blocco sulla strada. Talvolta impediscono il passaggio da un villaggio all’altro e obbligano a lunghi giri oppure a cambiare mezzo di trasporto, portando le merci da uno all’altro.
Poi ci sono le barriere stradali (road barrier), in particolare sulle due strade israeliane che attraversano la Cisgiordania. Sono muri o reti lungo tutto il percorso stradale, che impediscono ai palestinesi l’accesso alla strada, ma interferiscono anche con l’equilibrio ambientale perche’ anche gli animali non possono percorrere le loro rotte naturali.
Altra tipologia di blocchi sono i “flying checkpoints”, furgoncini della polizia che percorrono le strade e fermano i palestinesi, talvolta anche per due ore o piu’, impedendo le normali attivita’ come andare al lavoro o all’universita’.
La maggior parte dei blocchi e’ dentro il West Bank. Fossero sulla “Green Line”, la linea che dovrebbe delimitare il confine tra Israele e Palestina, per le Nazioni Unite non ci sarebbe nessun problema, ma cosi’ si tratta di blocchi all’interno di un altro stato.

Dal novembre 2005 sono quasi raddoppiati e ora (aprile 2008 ) sono 607.

Impatto dei blocchi sulla vita delle persone. Esempio Nablus:
Si tratta della citta’ principale del nord della Cisgiordania, con 130 mila abitanti e 350 mila nell’hinterland. Tutto intorno ci sono colonie unite da una rete di strade che non sono accessibili ai palestinesi. Non si puo’ uscire dalla citta’ (sia persone che merci) senza passare dai checkpoint. Ad esempio, le merci sui tir vengono controllate scaricandole e poi riposizionandole su un altro veicolo, un metodo molto lento e costoso. Molte attivita’ commerciali sono uscite dalla citta’, spostandosi nelle campagne. Per gli studenti e’ difficile andare a scuola perche’ non si puo’ sapere quando si sara’ rilasciati dai check point. A causa dell’intreccio di strade israeliane intorno alla citta’, si puo’ andare solo a nord, non a sud, est o ovest. Di fatto la Cisgiordania viene cosi’ tagliata a meta’.

Barriere.
Cominciano ad essere costruite nel 2002 dopo l’escalation di attacchi suicidi. Ufficialmente sono per difendere le strade israeliane, ma la comunita’ internazionale sostiene che in realta’ sono un modo per penetrare nel West Bank.
La Green Line sarebbe lunga 320 km, mentre il muro e’ di 723 chilometri e non rispetta la green line, entrando dentro i confini del West Bank. 409 chilometri sono gia’ stati costruiti (il 56%), il 9% e’ attualmente in costruzione e il 34% e’ in progetto, ma attualmente bloccato.
Se il muro fosse collocato sulla Green Line non ci sarebbero problemi per le Nazioni Unite, ma non e’ cosi’: il muro separa la popolazione palestinese e anche gli agricoltori dalle loro terre. I palestinesi che vivono all’interno delle zone delimitate dal muro sono definiti “resident” (quindi non cittadini ma semplici residenti) e devono avere un permesso per passare i check points. A molte persone i permessi non vengono rilasciati, negati per motivi politici. Ci sono anche aree totalmente circondate dalle barriere, ad esempio la zona di Qalqilya, con 48.000 abitanti. Era un centro commerciale anche per gli israeliani prima della seconda intifada, ora e’ una citta’ in declino.
E’ un problema per l’agricoltura: alcune terre sono confiscate, altre devono essere abbandonate, altre ancora passano da un’agricoltura intensiva ad una estensiva perche’ sono necessari meno lavoratori, ma ovviamente rende meno.
Per consentire il passaggio da una parte all’altra del muro sono state costruite in alcune zone delle porte, ma non vanno bene secondo le Nazioni Unite perche’ ad esempio sono chiuse in determinate ore.

Gerusalemme.
Nel 1967 Israele dichiara arbitrariamente sotto il proprio territorio tutta l’area di Gerusalemme Est. All’inizio questo non ha effetti pratici sulla vita quotidiana degli abitanti dei numerosi villaggi palestinesi. Oggi, con la costruzione del muro, gli effetti ci sono. I villaggi palestinesi che si trovano a sud di Gerusalemme sono tra il muro e il deserto, quindi praticamente bloccati. Per passare i quattro check point intorno a Gerusalemme i palestinesi hanno bisogno di permessi. 2 milioni di persone non possono accedere alla sanita’ e ai luoghi santi della citta’. Per andare dalla parte sud di Gerusalemme a Ramallah basterebbero 45 minuti passando dalla citta’. Invece i palestinesi sono obbligati a fare tutto il giro, impiegando circa 2-3 ore.
Gerusalemme dovrebbe essere sotto le Nazioni Unite, nessuno stato la riconosce come capitale (infatti le ambasciate sono tutte a Tel Aviv). Israele sta contravvenendo alla legge internazionale da 60 anni. La legge internazionale potrebbe essere fatta rispettare solo dal Consiglio Internazionale di Sicurezza, che pero’ non lo fa.

Il territorio del West Bank e’ molto frammentato. Gli accordi di Oslo definiscono i territori palestinesi:
Area A – sotto il controllo amministrativo e di sicurezza della Palestina;
Area B – sotto il controllo amministrativo della Palestina;
(A + B: circa il 40%)
Area C – sotto il controllo amministrativo e di sicurezza di Israele. E’ la maggior parte. Ci sono anche insediamenti e aree militari non accessibili a palestinesi.
Le aree palestinesi sono chiuse dai blocchi, muri, strade che collegano le varie colonie tra loro e a israele. Gli abitanti nelle colonie sono aumentati, passando da circa 80.000 nel 1992 a 200.000 nel 2000. Il 39% del West Bank e’ totalmente controllato da Israele e i palestinesi non possono entrare.

Striscia di Gaza
Situazione tragica. C’erano 21 colonie, con 9.000 coloni. Nel 2007 le colonie sono state spostate dalla Striscia di Gaza, ma sono stati intensificati i controlli ai confini, bloccando tutti gli accessi. Dal check point di Rafah (centro commerciale) c’erano oltre 700 passaggi al giorno, oggi meno di 20. Dal giugno 2007 e’ stato distrutto il 90% dei commerci privati, le importazioni sono diminuite del 68%, le esportazioni del 100% (annullate…) e il 79% degli abitanti vive sotto la soglia di poverta’.

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Fotografie lunedì, 4 agosto 2008

Posted by elimoretti in Tel Aviv, Uncategorized.
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Come promesso, ecco alcune foto. Non le ho scattate io, ma due ragazzi del gruppo, Laura e Michele.

Jaffa domenica, 3 agosto 2008

Posted by elimoretti in Tel Aviv.
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Un articolo che mi hanno chiesto per il blog dell’associazione. Oggi sono cominciate le attivita’ vere e proprie del campo, di cui raccontero’ prima possibile. Comincio con questo.

<<Dove oggi ci sono quindici ulivi, un tempo c’era la casa di una famiglia araba. Poi gli israeliani li hanno mandati via e hanno raso al suolo la loro casa, ma loro sono tornati e l’hanno ricostruita. Allora hanno raso al suolo nuovamente la casa e hanno piantato gli ulivi. Per gli arabi, sia cristiani che musulmani, non si puo’ sradicare un ulivo per costruire una casa…>>
E’ una delle immagini piu’ significative della giornata di oggi con Yousef, la nostra guida a Jaffa, che ci ha parlato della storia di Tel Aviv.
<<Un tempo questa era una citta’ importante, piu’ di Gerusalemme. Era ricca d’acqua, c’erano teatri, redazioni di giornali, un mercato e un porto commerciale: era una citta’ cosmopolita. Poi, negli anni ’30, ci fu un famoso sciopero, durato tre anni, contro la costruzione di un sito ebraico all’interno della citta’. Per fermare lo sciopero Churchill fa bombardare Jaffa una prima volta, la seconda volta verra’ bombardata da Ben Gurion nel 1948>>
La nostra visita parte dalla citta’ vecchia (oggi qui vivono artisti da tutto il mondo, tranne palestinesi) e si sposta poi sul porto. Nel museo della citta’ ci sono immagini di diversi periodi storici: greco, romano, egizio… ma non si parla mai di arabi. Nelle baracche intorno al porto vivono pescatori che verranno mandati via perche’ li’ sorgera’ una zona commerciale, tutto il paesaggio sta cambiando a grande velocita’.
<<Un tempo Jaffa era una citta’ araba – conclude Yousef – Poi sono arrivati gli ebrei, accettati di buon grado dai palestinesi. Dopo un po’ di tempo l’equilibro e’ saltato, a causa di una vera e propria forma di apartheid sulla spiaggia di Jaffa: da un lato i palestinesi, dall’altro gli ebrei. Ora non c’e’ piu’ la politica del buon vicinato, ma dell’inglobamento>>

Aggiungo ancora due cose.

Sul bombardamento di Jaffa, la nostra guida ci ha detto di andare a controllare l’Enciclopedia Britannica. Nel volume V c’e’ scritto che Churchill disse agli inglesi di “bombardare Berlino come era stata bombardata Jaffa”. Se qualcuno ha l’Enciclopedia Britannica vada a controllare.

Altra notazione: sui muri delle case ci sono dei falsi storici. Abbiamo visto un simbolo ebraico nello stesso colore e materiale aggiunto in seguito ad un edificio storico per ricreare un immaginario fittizio.

Tel Aviv, flash back sabato, 2 agosto 2008

Posted by elimoretti in Tel Aviv.
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Comincio dall’inizio, dall’arrivo, giovedi’, all’aeroporto di Tel Aviv. Effettivamente e’ vero quanto avevamo sentito dire: chi arriva con passaporto non israeliano puo’ essere interrogato. Per noi le domande sono state poche e piuttosto superficiali: conoscete qualcuno in Israele? Dove andate a pernottare? Avete fatto da soli i bagagli? Qualcuno vi ha dato qualcosa? Tutto qui, timbro sul passaporto, sorriso a 32 denti e augurio di buon viaggio.

Il primo impatto con la realta’ israeliana e’ stato paradossalmente con non israeliani. La maggior parte delle altre persone nella fila di chi non ha il passaporto israeliano erano ebrei statunitensi che sembravano usciti da un film storico. Gonnellone nere per le donne, alcune con la parrucca (non possono far vedere i propri capelli). Vestiti neri e cappelli tipici per gli uomini, con i capelli arricciati in due boccoli sul davanti.

Tel Aviv ha riservato invece altre sorprese. Ad un primo sguardo sembra Rimini: una spiaggia affollata, locali, discoteche. Unica differenza e’ il grande numero di grattacieli, molti in costruzione.

Dopo uno sguardo piu’ attento, pero’, si nota come in realta’ si tratta di una citta’ in guerra. Pur essendo costruita dal niente da relativamente poco (circa 70 anni), molte case sono in stato di degrado e probabilmente non sono mai state restaurate. La contraddizione tra queste e i grandi grattacieli e’ evidente.

Non puo’ poi non colpire il grandissimo numero di soldati, sia maschi che femmine. Non e’ tanto la divisa che spaventa, ma i mitra in dotazione a ragazzi e ragazze cosi’ giovani.

Vicino a Tel Aviv c’e’ il porto di Jaffa, che fa parte della stessa municipalita’ di Tel Aviv ma e’ un mondo totalmente diverso. Casette basse, color sabbia (abbaglianti durante il giorno… mi sono ustionata il collo e da due giorni sto mettendo la crema), meno frenesia.

Del giorno e mezzo passato a Gerusalemme (tra l’altro oggi era Shabbat!) scrivero’ domani.

Siamo in un ostello insieme a ragazzi da tutta europa (tanti italiani), da domani cominceranno le attivita’ vere e proprie (oggi solo turismo!) di conoscenza del territorio e delle vicende storiche e politiche. Un unico computer e’ a disposizione di tutti, quindi i tempi sono sempre molto ristretti anche se le cose da dire sarebbero veramente tante. Se poi si aggiunge che la tastiera e’ arabo-inglese, la mia velocita’ di scrittura e’ quasi dimezzata ed e’ quindi ancora piu’ difficile esprimere tutto quello che vorrei raccontare.

Domani il mio gruppo sara’ nuovamente a Tel Aviv, ma con guide locali, quindi capiremo sicuramente meglio la situazione. In programma un incontro con un’associazione che si batte contro le discriminazioni a danno dei palestinesi e una visita al porto di Jaffa (ci hanno spiegato che sara’ per capire che, a differenza di quanto ci viene spesso detto, prima degli israeliani qui non c’era il deserto). Si preannunciano 15 giorni veramente intensi.