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Ricominciamo giovedì, 11 settembre 2008

Posted by elimoretti in Gerusalemme.
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Il ritorno in Italia, e poi a Torino, non è stato facile.

L’impegno ad aggiornare il blog ovviamente c’è sempre, ma sto trovando qualche difficoltà tecnica.

Comincio con una foto del gruppo di Generation Palestine, l’ultimo giorno a Gerusalemme.

Gp a Gerusalemme

Gp a Gerusalemme

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In Italia lunedì, 18 agosto 2008

Posted by elimoretti in Uncategorized.
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Il viaggio in Israele e Cisgiordania è finito, siamo tutti tornati a casa.

Nei prossimi giorni aggiornerò il blog con le esperienze di questi giorni. Per il momento accontentatevi di questo saluto.

P.S: per Luca: abbiamo incontrato i beduini nella valle del Giordano. Brutta situazione, ti racconterò. Quelli che abitano lì non sono sicuramente a favore delle colonie israeliane, alla mia domanda sull’argomento mi hanno risposto che, a parte i coloni, nessuno in Cisgiordania può essere a favore dell’occupazione. Se per “a favore di Israele” intendi che accettano l’esistenza dello stato di Israele (sulla base dei confini del ’67) sicuramente sì, ma anche la maggior parte dei partiti politici palestinesi sono per la politica dei due stati, riconoscendo di fatto il diritto all’esistenza di Israele.

agli sgoccioli giovedì, 14 agosto 2008

Posted by elimoretti in Uncategorized.
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Oggi Internet c’e’ ma la tastiera del computer ha qualche problema… non si puo’ avere tutto…

Siamo quasi alla fine del soggiorno palestinese, domani visita alla valle del Giordano (zona “C” per gli accordi di Oslo, saro’ piu’ chiara al mio ritorno quando avro’ piu’ tempo) e poi sabato si torna a Gerusalemme.

Una precisazione sul messaggio di ieri. Non ho potuto scrivere il nome del poeta palestinese morto perche’ non stava nell’sms mandato a Vale: si tratta di Mahmoud Darwish. In questi giorni le strade sono tappezzate di manifesti col suo volto (e con scritte in arabo che ovviamente non si capiscono) Era un poeta molto amato da tutti i palestinesi, di qualsiasi provenienza politica. Ieri Ramallah pullulava di persone per il suo funerale, noi purtroppo non abbiamo potuto andarci, ma sarebbe stato interessante.

Oggi siamo stati all’Universita’ di Ramallah, la Birzeit University. Sarebbero tante le cose le cose da dire, ma purtroppo il tempo e’ sempre poco. Ancora una volta mi ha colpito il rapporto contraddittorio tra i due sessi. L’ambiente universitario e’ evidentemente molto aperto e ci hanno detto che qui le studentesse sono il 52% degli iscritti. All’interno del campus sono percentualmente meno che fuori le ragazze col velo. Ho notato che, come in Italia capita piu’ o meno nel periodo delle scuole medie, ci sono gruppi di ragazzi che studiano, passeggiano o prendono il sole (o meglio, il fresco sotto gli alberi) esclusivamente maschili e gruppi esclusivamente femminili. Poi ci sono alcuni gruppi misti, a cui partecipano quasi solo le ragazze senza velo. Ci e’ stato spiegato dai ragazzi della consulta studentesca che ci hanno accolto che anche all’interno dell’Universita’ c’e’ grande rivalita’ tra i gruppi studenteschi di Fatah e di Hamas, oggi acuita dopo alcune tensioni di ieri al funerale di Darwish. I gruppi misti di studenti sono di Fatah o di altri gruppi di sinistra, non di Hamas che anzi vorrebbe imporre un regolamento che vieti ogni contatto tra uomini e donne. All’incontro con la consulta degli studenti si sono presentati i portavoce delle componenti studentesche che si riconoscono in Fatah, nel Partito del Popolo e nel Fronte Popolare Nazionale, ma non i rappresentanti di Hamas (che non aveva intenzione di incontrare la nostra delegazione… purtroppo…) e della Jhiad Islamica (il rappresentante e’ stato bloccato ad un check point e non e’ arrivato in tempo per il colloquio con noi).
A proposito del discorso sulla Palestina come paese tendenzialmente musulmano (in qualche commento di questo blog) abbiamo chiesto qualche informazione in piu’ al responsabile stampa dell’Universita’ di Birzeit, che ci ha avvertito di fare attenzione a non confondere religione con cultura. Le due cose qui certamente si mescolano, ma ad esempio per la questione del velo per le donne, in molti casi non si tratta di fede, ma di tradizione familiare, di cultura appunto. 

Chiudo con un compitino, andatevi a cercare su Wikipedia o su un motore di ricerca “handala” (chi sa l’inglese puo’ andare direttamente qui: http://www.handala.org) e leggete la storia di un disegno che e’ diventato simbolo di un popolo.

Ancora da Ramallah mercoledì, 13 agosto 2008

Posted by elisa moretti in Uncategorized.
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Eli mi scrive che internet va e viene e che ieri e oggi non ha potuto accedere. Tutto procede bene, oggi hanno incontrato uno psicologo che cura prigionieri e vittime di tortura ed un inviato di Le Monde. Oggi a Ramallah c’è stato il funerale di un importante poeta palestinese.

A presto! Vale

Solo un saluto lunedì, 11 agosto 2008

Posted by elimoretti in Uncategorized.
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Tutto bene, gli ultimi giorni sono stati molto intensi, scrivero’ appena possibile qualcosa su Hebron (visitata due giorni fa) e sulla manifestazione contro il muro che si e’ svolta oggi.

Ho scritto una rettifica al racconto del martire di Al-Aqsa.

A presto!

P.S: come dicevo qualche giorno fa la kefia non si chiama “kefia” ma si pronuncia in realta’ piu’ o meno “Cufiiee”. Grazie si dice “scuchrem” (ovviamente non si scrive cosi). Ho anche imparato il numero sei in arabo: si dice “sette” ed e’ una cosa che mi fa morire dal ridere.

Ragazze e ragazzi sabato, 9 agosto 2008

Posted by elimoretti in Uncategorized.
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Quello che per il momento mi ha colpito di piu’ delle relazioni instaurate all’interno del nostro gruppo e’ il rapporto tra maschi e femmine. Non tra gli europei: tra i pochi ragazzi e le molte ragazze provenienti da Belgio, Francia, Italia e Spagna va tutto alla perfezione. Qualche difficolta’ in piu’ c’e’ invece con i ragazzi palestinesi che ci accompagnano in questa settimana di campo.
C’e’ da dire che nei giorni di permanenza a Gerusalemme ci avevano preavvertite: per le ragazze niente canotte, camicie con maniche sotto il gomito e non troppo scollate, niente trasparenze, niente pantaloni corti, al massimo si puo’ mostrare la caviglia. I ragazzi non possono mai entrare nella stanza in cui dormiamo, nemmeno durante il giorno, tranne mezz’ora alla sera per fare la doccia (le due docce del centro sono nella stanza delle ragazze). I palestinesi non hanno nessun tipo di contatto fisico con le ragazze: i nostri compagni di campo non ci toccano nemmeno per sbaglio e, quando andiamo in visita, gli uomini che ci accolgono ci salutano a stento e spesso nemmeno ci guardano negli occhi.
Ieri un discorso sulla religione e’ finito in una discussione sul ruolo della donna nell’Islam. Per Ali’, palestinese, e’ giusto che gli uomini possano sposare quattro donne e non viceversa. Il ruolo della donna e’ quello di stare in casa, badare ai figli e cucinare. Quando gli chiediamo se allora pensa che la donna sia inferiore all’uomo, Ali’ non risponde, forse si sente addosso troppi sguardi di ragazze europee che evidentemente non la pensano come lui, ma il suo silenzio e’ altrettanto eloquente di qualunque parola.
Fa un po’ impressione pensare che a pochi chilometri di distanza da qui le donne israeliane imbracciano il fucile e vanno in guerra, mentre qui sposeranno dopo pochi mesi il primo uomo con cui si fidanzeranno.

Due racconti (rettificato) sabato, 9 agosto 2008

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Yasser Al-Anati, martire di Al Aqsa
Nella casa della sua famiglia un’intera stanza e’ dedicata a Yaser Al-Anati. “You will always be in our hearts”, c’e’ scritto su una foto. Accanto e’ incorniciato un fotomontaggio con Yaser accanto ad Arafat.
La madre ci racconta la vita di un ragazzo di 26 anni che lavorava come guardia in un ospedale. Il 26 dicembre 2006 viene chiamato al lavoro, ma era una trappola: al suo arrivo il gabbiotto dell’ospedale viene circondato da soldati israeliani e Yaser viene ucciso, nonostante un accordo tra polizia israeliana e palestinese preveda che non si spari in simili situazioni.
Era il quinto tentativo di uccidere Yaser Al-Anati, che tre anni prima era entrato nelle Brigate dei Martiri di Al-Aqsa, il braccio armato di Al Fatah. Non aveva detto nulla alla famiglia, ma la madre e i fratelli l’avevano ormai capito perche’ da molti mesi non dormiva a casa: la polizia israeliana lo cercava, irrompendo nella casa della famiglia ogni notte. Israele considera terroristi i militanti nelle Brigate dei Martiri di Al-Aqsa, mentre la comunita’ internazionale li reputa resistenti, in quanto difendono il proprio territorio e non combattono fuori dai confini del ‘67.
<<Ci piacerebbe che Yaser fosse ancora vivo – dice il fratello, che continua ad essere attivo nella resistenza palestinese e ha passato sei anni in carcere – ma siamo palestinesi e dobbiamo resistere>>

RETTIFICA – mi ero persa un tempo al passato nel racconto della madre di Yaser. Le Brigate dei Martiri di Al-Aqsa sono effettivamente inserite nell’elenco dell’Unione Europea (del 2005) di entita’ e persone a cui si applicano misure restrittive per combattere il terrorismo. Ma all’epoca della morte di Yaser, questa organizzazione era ancora considerata resistente e non terrorista. Grazie a Luca per la precisazione e il link (che trovate nei commenti)

 

Abu Dis, la citta’ tagliata dal muro
“C’erano due fratelli che abitavano a 10 metri di distanza. Poi costruirono un muro che li separo’. Da quel momento, per incontrarsi i fratelli dovettero percorrere ogni volta 20 chilometri.”
Sembra l’inizio di una fiaba, ma e’ successo veramente nel 2002 ad Abu Dis, una cittadina di 25.000 abitanti alla periferia di Gerusalemme. Il muro, costruito per inglobare nello stato di Israele alcune colonie, taglia a meta’ il villaggio: 15.000 persone da una parte, 10.000 dall’altra. Qui la disoccupazione supera il 50% e migliaia di studenti, oltre a 130 professori, non possono piu’ frequentare le scuole di Gerusalemme. Pochissimi hanno i permessi che consentono di spostarsi sul territorio: vengono negati infatti a chi ha un parente in carcere. <<Ma qui tutti i maschi sopra i 16 anni sono stati almeno una volta in prigione – scherza amaramente il responsabile del centro sportivo finanziato dal governo svedese, unico luogo che consente l’attivita’ sportiva ai giovani del circondario – Alcuni dei martiri palestinesi erano nelle nostre squadre di calcio, scherma e karate.>> Ad esempio la squadra di scherma per i bambini di otto anni e’ intitolata a Fed Bahar, un ragazzo ucciso dai soldati israeliani mentre camminava per la strada. La polizia diffuse la notizia che si era trattato di un incidente stradale causato da un autista palestinese.
Questa area non rientra all’interno dei trattati di Oslo, non e’ considerata zona “A”, “B” o “C”, di fatto e’ sotto il controllo militare israeliano. Sul futuro degli abitanti pende un punto interrogativo: e’ allo studio un progetto che prevede la costruzione di un muro piu’ a est: questi territori, abitati da palestinesi, rimarrebbero cosi’ circondati.

Al Amari sabato, 9 agosto 2008

Posted by elimoretti in Ramallah.
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Qualche commento sul campo di Al-Amari.
Il campo e’ alla periferia di Ramallah, 10 minuti a piedi dalla citta’. E’ un quadrato di 1 chilometro di lato, in cui vivono circa 8-10 mila persone, oltre la meta’ sono bambini. Al nostro arrivo e ogni volta che ci vedono ci salutano con larghi sorrisi, “Ciao”, “Hello”, “Salam” e “uotsiorneim? doiuspickarab?”. Qualcuno del gruppo parla arabo e quindi riusciamo a fare un poco di conversazione, quel poco possibile con bimbi cosi’ piccoli. Le strade del campo sono molto strette, alcune non sono asfaltate. Ci hanno spiegato che lo spazio e’ poco, il terreno e’ concesso dalle Nazioni Unite e non si puo’ allargare, dato che le famiglie hanno spesso 10 figli le case sono state costruite molto vicine e si sviluppano in altezza. Ci sono solo due spazi aperti in tutto il campo, in cui di giorno si puo’ prendere un po’ di sole: sono i due centri per i bambini (uno e’ quello che ci ospita) costruiti proprio per permettere ai piccoli di giocare all’aria aperta. Devo ancora capire (ma qui la comunicazione non e’ facile, non tutti i locali parlano una lingua europea) se i rifugiati che abitano qui non si trasferiscono per motivi economici (dato che le abitazioni sono concesse dall’ONU, probabilmente non devono pagare l’affitto) oppure per altre motivazioni (ad esempio non so se hanno una qualche cittadinanza, molti provengono da citta’ che oggi sono israeliane).
Per il momento, pero’, nonostante le difficili condizioni che evidentemente vivono le persone che abitano qui, non ci siamo imbattuti in evidenti scene di poverta’. Tutti sono vestiti decorosamente e ci accolgono offrendoci succhi di frutta, the, dolci, caramelle… ovviamente con sorrisi cosi’ belli che non si puo’ rifiutare nulla. Ho perfino bevuto due caffe’, io che non ne bevo mai. Una ragazza spagnola del gruppo ha espresso perfettamente la situazione: “They have nothing and give us everything”.

Ramallah e’ la capitale de facto della Cisgiordania. Anche qui non abbiamo visto nessuna scena di poverta’. La percentuale di donne senza velo qui e’ piu’ alta che nei posti in cui siamo stati fino ad ora, se ne vede circa una ogni dieci. I negozi vendono merci di tutti i tipi, dagli abiti arabi, ai gioielli, alle cartelle delle Barbie. Ho bevuto un succo di carrube, scoprendo che in arabo “carruba” di dice quasi nello stesso modo che in italiano, incredibile. Ci spostiamo in taxi collettivi, il numero di auto private e’ bassissimo mentre quello di taxi singoli e collettivi e’ molto piu’ alto di quello delle citta’ europee. Non ho ancora visto un servizio di autobus e anche la nettezza urbana e’ un po’ carente (ma pensavo peggio). Nel programma dei prossimi giorni c’e’ anche la visita ad un altro villaggio e li’ le condizioni di poverta’ saranno sicuramente peggiori.

Ah, la kefia non si chiama kefia e nemmeno kefia’ come la chiamano qui i francesi. Si chiama in un modo impronunciabile che cerchero’ di imparare prima di ripartire. Per il momento di arabo, a parte “salam”, ho imparato soltanto “yalla”, che significa “andiamo”, non e’ molto per farsi capire.

Unita’ di supporto dei Negoziati sabato, 9 agosto 2008

Posted by elimoretti in Uncategorized.
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Finalmente internet, pubblico gli articoli scritti in questi giorni.

 

L’Unita’ di Supporto dei Negoziati (NSU) e’ un progetto europeo apolitico che si occupa dare un supporto tecnico e comunicativo nei negoziati tra Israele e Palestina. Muzna Shihabi, del dipartimento comunicazione, ci ha illustrato oggi le condizioni chieste dall’OLP per la pace. Dal 1988 l’OLP accetta l’esistenza dello stato israeliano e propone la suddivisione in due stati, sulla base dei confini tracciati nel 1967. Attualmente, quella dei due stati e’ la soluzione sostenuta da tutte le organizzazioni che si riconoscono nell’OLP e non solo da quelle.
Rispetto alla palestina storica, i confini del 1967 concedono solo 24% di territorio ai palestinesi, ma di fatto questa percentuale si riduce al 12% a causa della costruzione del muro e delle colonie.
Le tre condizioni per la pace chieste dall’OLP sono: la sovranita’ sul territorio e la continuita’ territoriale, Gerusalemme e la questione dei rifugiati.

1) Sovranita’ sul territorio e continuita’ territoriale (nel progetto presentato, tra la Cisgiordania e la Striscia di Gaza ci dovrebbero essere delle strade di collegamento) Attualmente il 9 % del territorio palestinese si trova oltre i confini delimitati dal muro, l’8% e’ costituito da colonie, il 26% e’ nella valle del Giordano (cioe’ nella cosiddetta “zona C”, controllata da Israele) e solo il 54% del territorio e’ disponibile per i palestinesi. Lo scopo non dichiarato del governo israeliano e’ evidentemente quello di avere sempre piu’ territori sotto il proprio controllo e sempre meno palestinesi che li abitano attraverso vari fattori:
a) le colonie in Cisgiordania, costruite illegalmente secondo il diritto internazionale attraverso un processo iniziato nel 1948 e che e’ continuato fino ininterrottamente ad ora. Si calcolano circa 167 colonie, ma in realta’ e’ difficile fare una vera e propria stima perche’ molto dipende dai metodi di misurazione. In Cisgiordania abitano circa 480.000 coloni israeliani.
b) il muro non e’ sulla “Green Line”, ma lontano anche 15 chilometri. Inoltre penetra nel territorio palestinese per incorporare le colonie. Ci sono pero’ villaggi palestinesi che rimangono al di la’ del muro, insieme ai coloni.
c) le strade che collegano le colonie tra loro e alle grandi citta’ israeliane come Gerusalemme e Tel Aviv spezzano il territorio della Cisgiordania. Abitare nelle colonie e’ poco costoso, quindi molti scelgono questa soluzione anche se devono andare a lavorare lontano, perche’ per gli israeliani i collegamenti sono comodi. Da questo si deduce che le ragioni per la costruzione delle colonie sono in gran parte economiche e non religiose. Lo stato di Israele spende piu’ soldi per le colonie che per la citta’ di Tel Aviv e questo processo e’ in continuo aumento negli ultimi anni.
d) la mobilita’ dei palestinesi e’ limitata da oltre 700 barriere, tra check points fissi e mobili e altre tipologie di restrizioni. Se un palestinese vuole spostarsi da una citta’ ad un’altra ha bisogno di permessi su cui sono indicate in dettaglio le strade che puo’ percorrere, in che orari e quali check points puo’ attraversare. Ci vogliono permessi non solo per le persone, ma anche per le automobili. Le pratiche per ottenere i permessi sono molto complicate e vanno ripetute ogni due settimane. Persino il Primo Ministro palestinese, per andare a trovare la sua famiglia che si trova in Israele, ha bisogno di un permesso. I palestinesi non possono usare l’aeroporto di Tel Aviv e devono quindi spostarsi in altri Stati per prendere l’aereo.

2) Gerusalemme. Secondo la comunita’ internazionale Gerusalemme e’ divisa nei due settori Est (palestinese) e Ovest (israeliano) In realta’ i mezzi di informazione, quando parlano di Cisgiordania, escludono sistematicamente Gerusalemme e viceversa. In realta’ pero’ il 34% dell’economia palestinese ruota attorno a Gerusalemme. Oggi intorno alla parte Est della citta’ ci sono colonie israeliane e tutto e’ stato inglobato all’interno del muro che arriva fino a Betlemme. I palestinesi che abitano a Gerusalemme non hanno lo status di cittadini, ma di residenti. Negli ultimi anni c’e’ stata un’escalation di episodi a danno dei palestinesi: 222 case confiscate nel 2005, 1363 nel 2006; 131 case distrutte tra il 99 e il 2002, 412 tra il 2003 e il 2006.
3) La questione dei rifugiati. Oggi ci sono 7 milioni di rifugiati palestinesi nel mondo, (in Cisgiordania vivono attualmente circa 3.5 milioni di persone) il diritto internazionale prevede che chiunque possa scegliere dove vivere, quindi dovrebbero poter scegliere di tornare dove abitavano prima e prendere la cittadinanza israeliana.. Israele rifiuta di far tornare i palestinesi e non intende chiedere loro scusa.

Tutti gli stati arabi  – conclude Muzna Shihabi  nella sua spiegazione – sarebbero disposti a normalizzare i loro rapporti con Israele se queste richieste venissero soddisfatte, prima fra tutte il ritorno ai confini del 1967, ma Israele vuole la striscia di Gaza isolata e di fatto impone tre blocchi isolati di territorio palestinese all’interno della Cisgiordania. Per questo l’offerta del 2000 di Camp David e’ stata rifiutata: era inaccettabile.

SMS da Hebron sabato, 9 agosto 2008

Posted by elisa moretti in Uncategorized.
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Elisa ci fa sapere che sono arrivati a Hebron, la citta’ piu’ grande in Cisgiordania.
La citta’ e’ divisa in due, con insediamenti israeliani dentro la parte araba.
Nessun problema per Eli e Gualti, ma la vita per gli abitanti e’ impossibile!
Non c’e’ accesso a Internet.
Baci a tutti.
Continuerem la comunicazione via sms.

Ester

Salam dal campo! giovedì, 7 agosto 2008

Posted by elisa moretti in Uncategorized.
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Sono sempre Vale, Eli poco fa mi ha scritto che sono ancora nel campo senza internet (forse domani!). Stanno bene, oggi hanno visitato Ramallah e due organizzazioni poliìtiche, è  stato interessante. Hanno concluso in bellezza la giornata cucinando una cena italiana per gli altri e sono fioccati i complimenti di tutti! a presto!

Al Amari mercoledì, 6 agosto 2008

Posted by elisa moretti in Uncategorized.
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Sono Vale e vi aggiorno sugli ultimi movimenti di Eli e Gualti: oggi sono a Al Amari, un campo palestinese vicino a  Ramallah. Alloggiano in un centro per bambini, in particolare disabili. Faranno attività sul posto e in zone limitrofe e incontreranno rappresentanti di Hamas e Fatah. Per ora è tutto, restiamo in attesa di nuovi aggiornamenti!

OCHA (Ufficio per la Coordinazone degli Affari Umanitari) mercoledì, 6 agosto 2008

Posted by elimoretti in Gerusalemme, Tel Aviv.
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Questi sono gli appunti presi durante la visita all’Ufficio per la Coordinazione degli Affari Umanitari delle Nazioni Unite. Li copio senza riuscire a sistemarli, a causa del poco tempo a disposizione, ma mi sembrano molto interessanti perche’ derivano da un punto di vista “esterno” e imparziale. Tutti i commenti NON sono miei, ma della funzionaria che ha tenuto il seminario. Mi scuso per il linguaggio un po’ involuto ma si tratta di appunti, per di piu’ presi in un seminario in inglese. Vedro’ di sistemarli al ritorno.

Scopo: analizzare le necessita’ nelle zone di conflitto e coordinare le agenzie internazionali. Un ufficio a Gerusalemme, con distaccamenti a Ramallah, Nablus, Hebron e Gaza.

Problemi di movimenti e di accesso. Le Nazioni Unite effettuano un monitoraggio continuo, pubblicando ogni sei mesi una carta degli accessi e delle chiusure.

In West Bank (nome inglese per Cisgiordania) ci sono dei problemi di blocchi all’interno del territorio con problemi di mobilita’: checkpoint, barriere, strade solo per i coloni etc. Invece a Gaza non ci sono chiusure interne ma il territorio e’ tutto circondato e quindi ci sono problemi di entrata ed uscita di merci e persone.

In West Bank ci sono 11 grandi citta’ e circa 2,5 milioni di abitanti. Inoltre ci sono 149 colonie israeliane e circa 100 avamposti, per un totale di circa 450.000 coloni israeliani.

Elenco delle tipologie di chiusure delle strade:
Checkpoints
: aperti 24 ore su 24 (secondo i dati di aprile 2008 sono 71) o parziali (17).
Tranches
: veri e propri tagli della strada, per impedire il passaggio delle auto. Ce ne sono 17, lunghi anche 20 chilometri, come quello intorno a Gerico.
Road Blocks:
Blocchi di cemento a “cubo” sulle strade per impedire il passaggio delle auto. Ne abbiamo visti parecchi sulla via per Tel Aviv. Ce ne sono 75, per una lunghezza totale di 124 chilometri.
Earth Mounds: Montagnole di detriti e spazzatura che formano un blocco sulla strada. Talvolta impediscono il passaggio da un villaggio all’altro e obbligano a lunghi giri oppure a cambiare mezzo di trasporto, portando le merci da uno all’altro.
Poi ci sono le barriere stradali (road barrier), in particolare sulle due strade israeliane che attraversano la Cisgiordania. Sono muri o reti lungo tutto il percorso stradale, che impediscono ai palestinesi l’accesso alla strada, ma interferiscono anche con l’equilibrio ambientale perche’ anche gli animali non possono percorrere le loro rotte naturali.
Altra tipologia di blocchi sono i “flying checkpoints”, furgoncini della polizia che percorrono le strade e fermano i palestinesi, talvolta anche per due ore o piu’, impedendo le normali attivita’ come andare al lavoro o all’universita’.
La maggior parte dei blocchi e’ dentro il West Bank. Fossero sulla “Green Line”, la linea che dovrebbe delimitare il confine tra Israele e Palestina, per le Nazioni Unite non ci sarebbe nessun problema, ma cosi’ si tratta di blocchi all’interno di un altro stato.

Dal novembre 2005 sono quasi raddoppiati e ora (aprile 2008 ) sono 607.

Impatto dei blocchi sulla vita delle persone. Esempio Nablus:
Si tratta della citta’ principale del nord della Cisgiordania, con 130 mila abitanti e 350 mila nell’hinterland. Tutto intorno ci sono colonie unite da una rete di strade che non sono accessibili ai palestinesi. Non si puo’ uscire dalla citta’ (sia persone che merci) senza passare dai checkpoint. Ad esempio, le merci sui tir vengono controllate scaricandole e poi riposizionandole su un altro veicolo, un metodo molto lento e costoso. Molte attivita’ commerciali sono uscite dalla citta’, spostandosi nelle campagne. Per gli studenti e’ difficile andare a scuola perche’ non si puo’ sapere quando si sara’ rilasciati dai check point. A causa dell’intreccio di strade israeliane intorno alla citta’, si puo’ andare solo a nord, non a sud, est o ovest. Di fatto la Cisgiordania viene cosi’ tagliata a meta’.

Barriere.
Cominciano ad essere costruite nel 2002 dopo l’escalation di attacchi suicidi. Ufficialmente sono per difendere le strade israeliane, ma la comunita’ internazionale sostiene che in realta’ sono un modo per penetrare nel West Bank.
La Green Line sarebbe lunga 320 km, mentre il muro e’ di 723 chilometri e non rispetta la green line, entrando dentro i confini del West Bank. 409 chilometri sono gia’ stati costruiti (il 56%), il 9% e’ attualmente in costruzione e il 34% e’ in progetto, ma attualmente bloccato.
Se il muro fosse collocato sulla Green Line non ci sarebbero problemi per le Nazioni Unite, ma non e’ cosi’: il muro separa la popolazione palestinese e anche gli agricoltori dalle loro terre. I palestinesi che vivono all’interno delle zone delimitate dal muro sono definiti “resident” (quindi non cittadini ma semplici residenti) e devono avere un permesso per passare i check points. A molte persone i permessi non vengono rilasciati, negati per motivi politici. Ci sono anche aree totalmente circondate dalle barriere, ad esempio la zona di Qalqilya, con 48.000 abitanti. Era un centro commerciale anche per gli israeliani prima della seconda intifada, ora e’ una citta’ in declino.
E’ un problema per l’agricoltura: alcune terre sono confiscate, altre devono essere abbandonate, altre ancora passano da un’agricoltura intensiva ad una estensiva perche’ sono necessari meno lavoratori, ma ovviamente rende meno.
Per consentire il passaggio da una parte all’altra del muro sono state costruite in alcune zone delle porte, ma non vanno bene secondo le Nazioni Unite perche’ ad esempio sono chiuse in determinate ore.

Gerusalemme.
Nel 1967 Israele dichiara arbitrariamente sotto il proprio territorio tutta l’area di Gerusalemme Est. All’inizio questo non ha effetti pratici sulla vita quotidiana degli abitanti dei numerosi villaggi palestinesi. Oggi, con la costruzione del muro, gli effetti ci sono. I villaggi palestinesi che si trovano a sud di Gerusalemme sono tra il muro e il deserto, quindi praticamente bloccati. Per passare i quattro check point intorno a Gerusalemme i palestinesi hanno bisogno di permessi. 2 milioni di persone non possono accedere alla sanita’ e ai luoghi santi della citta’. Per andare dalla parte sud di Gerusalemme a Ramallah basterebbero 45 minuti passando dalla citta’. Invece i palestinesi sono obbligati a fare tutto il giro, impiegando circa 2-3 ore.
Gerusalemme dovrebbe essere sotto le Nazioni Unite, nessuno stato la riconosce come capitale (infatti le ambasciate sono tutte a Tel Aviv). Israele sta contravvenendo alla legge internazionale da 60 anni. La legge internazionale potrebbe essere fatta rispettare solo dal Consiglio Internazionale di Sicurezza, che pero’ non lo fa.

Il territorio del West Bank e’ molto frammentato. Gli accordi di Oslo definiscono i territori palestinesi:
Area A – sotto il controllo amministrativo e di sicurezza della Palestina;
Area B – sotto il controllo amministrativo della Palestina;
(A + B: circa il 40%)
Area C – sotto il controllo amministrativo e di sicurezza di Israele. E’ la maggior parte. Ci sono anche insediamenti e aree militari non accessibili a palestinesi.
Le aree palestinesi sono chiuse dai blocchi, muri, strade che collegano le varie colonie tra loro e a israele. Gli abitanti nelle colonie sono aumentati, passando da circa 80.000 nel 1992 a 200.000 nel 2000. Il 39% del West Bank e’ totalmente controllato da Israele e i palestinesi non possono entrare.

Striscia di Gaza
Situazione tragica. C’erano 21 colonie, con 9.000 coloni. Nel 2007 le colonie sono state spostate dalla Striscia di Gaza, ma sono stati intensificati i controlli ai confini, bloccando tutti gli accessi. Dal check point di Rafah (centro commerciale) c’erano oltre 700 passaggi al giorno, oggi meno di 20. Dal giugno 2007 e’ stato distrutto il 90% dei commerci privati, le importazioni sono diminuite del 68%, le esportazioni del 100% (annullate…) e il 79% degli abitanti vive sotto la soglia di poverta’.

Domani Cisgiordania martedì, 5 agosto 2008

Posted by elimoretti in Gerusalemme.
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Messaggio di servizio. Domani mattina partiamo per la Cisgiordania. Potrebbe essere piu’ difficile accedere ad Internet, probabilmente non ce la faro’ a scrivere tutti i giorni. Cerchero’ di tenere il blog aggiornato attraverso gli sms, rimndando al ritorno i racconti delle giornate.

Oggi, intanto, visita alla sede dell’OCHA (Ufficio per la Coordinazione degli Affari Umanitari delle Nazioni Unite) che ci ha dato tantissime informazioni interessanti su muro, blocchi e check point. Ho capito meglio la situazione.

Case abbattute e case requisite martedì, 5 agosto 2008

Posted by elimoretti in Gerusalemme.
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Casa abbattuta a Gerusalemme

Case abbattute…

David e’ figlio di una ebrea israeliana e di un ebreo polacco e abita in una zona “bene” di Gerusalemme ovest. Pochi giorni fa, vicino a casa sua, e’ stata abbattuto un palazzo di sei piani in cui vivevano oltre 40 palestinesi. <<E’ stato evidentemente un atto dimostrativo, perche’ la famiglia che l’aveva costruita e’ molto ricca e influente. In questo modo il governo vuole far capire agli arabi che nessuno di loro e’ al sicuro>>.

Il padrone della casa ci spiega che il permesso era per la costruzione di soli 5 piani, in effetti lui ne aveva costruiti 6. Poco piu’ in la’, pero’, c’e’ una casa di ebrei che e’ alta 10 piani: anche per quella erano stati autorizzati solo 5 piani, ma i costruttori hanno pagato un condono. Invece alle famiglie arabe e’ stato negato qualunque condono: la casa non in regola e’ stata abbattuta.

<<C’e’ stata una manifestazione di molte persone contro l’abbattimento della casa, con me anche altri ebrei – ci racconta ancora David – Ma non e’ servito a niente, in questa zona ne hanno abbattute quaranta. Arrivano nel cuore della notte e poi fanno perfino pagare la dinamite agli abitanti. E’ vero che se il permesso e’ per cinque piani non bisognerebbe costruirne sei, ma succede cosi’ in tutto il mondo e le case non vengono abbattute per questo. C’e’ poi un altro problema: ai palestinesi i permessi per la costruzione vengono concessi raramente>> Infatti chi abitava nella casa al momento non nutre speranze di ritornare a vivere nello stesso posto. Per fortuna tra gli arabi i legami familiari sono molto forti e i quaranta abitanti sono stati accolti da amici e parenti.

<<Il governo israeliano – spiega infine David – teme fortemente che il numero di arabi superi quello degli ebrei a Gerusalemme. Per evitarlo applica due strategie: impedire ai palestinesi di insediarsi (rifiutando i permessi di costruzione di nuove case) e “importare” nuovi ebrei a Gerusalemme>>

casa ebrea in insediamento arabo

… e case requisite

Al Kurd e’ una famiglia di rifugiati a Gerusalemme Est dopo il 1948. Il governo Giordano, insieme alle Nazioni Unite (con una sezione apposita per i rifugiati), aveva costruito varie abitazioni per accogliere chi scappava da Jaffa e dalle altre citta’ occupate da Israele. La famiglia Al Kurd e’ composta oggi da madre, padre, 4 figli, una figlia e una ventina di nipoti. Inizialmente a loro era stata assegnata una casa di due stanze e cucina, ma man mano che la famiglia si allargava hanno pensato di costruire una nuova struttura accanto alla casa precedente. Oggi la seconda casetta e’ occupata da una famiglia di ebrei (non sempre la stessa, ogni tre, quattro mesi le persone cambiano) e tutta la zona delle case costruite per i rifugiati rischia di essere sgomberata perche’ il governo israeliano rivendica la proprieta’ del terreno. La famiglia che attualmente occupa la casa fa pressioni psicologiche sui vicini di casa palestinesi (che tra l’altro sono obbligati a pagare anche l’elettricita’ consumata nella casa accanto). Un esempio tra tutti: qualche giorno fa la mamma ha dato ai bambini una pistola giocattolo e ha attaccato al muro esterno della casa l’immagine di un bambino palestinese con le varie parti del corpo colorate. Una nuova versione del gioco delle freccette…

Fotografie lunedì, 4 agosto 2008

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Come promesso, ecco alcune foto. Non le ho scattate io, ma due ragazzi del gruppo, Laura e Michele.

Frivolezze lunedì, 4 agosto 2008

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Prima di raccontare delle attivita’ di ieri, qualche aggiornamento sulla nostra situazione qui.

Siamo in un ostello gestito da arabi, appena fuori la porta di Damasco e il quartiere arabo.

Porta di Damasco, Gerusalemme

Qui gli orari sono pazzeschi: si va a letto a tarda ora e ci si sveglia presto perche’ nelle camerate entrano il sole e i rumori del mercato.

Le camerate sono tutte miste tranne una femminile (in cui sono capitata io… uff!) destinata alle ragazze di religione musulmana. Nel gruppo ce ne sono alcune, di cui due portano il velo (una dorme con un asciugamano intorno ai capelli e non si toglie mai in pubblico la parte sottostante del velo, quella a contatto con i capelli).

In questi giorni abbiamo mangiato sempre in ristoranti o comprando cibi locali nelle baracchette lungo la strada, per il momento tutto quello che ho assaggiato e’ buonissimo. Qualche problema per i vegetariani c’e’ soltanto perche’ gli organizzatori sono francesi, che non concepiscono la cosa, ma in realta’ qui di carne non se ne mangia molta. I dolci sono buonissimi. Abbiamo scoperto quelli con la pasta di dattero (che in realta’ sembra fico) che nell’ostello circolano in abbondanza. Stiamo bevendo tutti the alla menta in quantita’.

Il gruppo non e’ male, sono solo due o tre le persone veramente antipatiche, il gruppo degli italiani e’ ben assortito e sono ragazzi in gamba. Bisognera’ capire poi come sara’ il mini gruppo della Cisgiordania.

In questi giorni fa piuttosto caldo, ma non da non crederci. Le maniche lunghe di sera si usano volentieri. Di giorno mi accontento di camicie con mezze maniche fin sotto il gomito. Oggi il tempo sembra nuvoloso, vedremo. Internet funziona a singhiozzo.

La distanza dall’Italia si sente parecchio, sembra di essere in un mondo a parte. Chi di voi ha gli sms gratis mi racconti un po’ cosa succede in Italia, qui posso leggere solo i titoli dei giornali on line , perche’ il tempo e’ sempre poco. Ah, della lotta tra Hamas e Fatah non so niente di piu’ di quello che leggo sui giornali, probabilmente ne sapremo di piu’ andando in Cisgiordania nei prossimi giorni.

Jaffa domenica, 3 agosto 2008

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Un articolo che mi hanno chiesto per il blog dell’associazione. Oggi sono cominciate le attivita’ vere e proprie del campo, di cui raccontero’ prima possibile. Comincio con questo.

<<Dove oggi ci sono quindici ulivi, un tempo c’era la casa di una famiglia araba. Poi gli israeliani li hanno mandati via e hanno raso al suolo la loro casa, ma loro sono tornati e l’hanno ricostruita. Allora hanno raso al suolo nuovamente la casa e hanno piantato gli ulivi. Per gli arabi, sia cristiani che musulmani, non si puo’ sradicare un ulivo per costruire una casa…>>
E’ una delle immagini piu’ significative della giornata di oggi con Yousef, la nostra guida a Jaffa, che ci ha parlato della storia di Tel Aviv.
<<Un tempo questa era una citta’ importante, piu’ di Gerusalemme. Era ricca d’acqua, c’erano teatri, redazioni di giornali, un mercato e un porto commerciale: era una citta’ cosmopolita. Poi, negli anni ’30, ci fu un famoso sciopero, durato tre anni, contro la costruzione di un sito ebraico all’interno della citta’. Per fermare lo sciopero Churchill fa bombardare Jaffa una prima volta, la seconda volta verra’ bombardata da Ben Gurion nel 1948>>
La nostra visita parte dalla citta’ vecchia (oggi qui vivono artisti da tutto il mondo, tranne palestinesi) e si sposta poi sul porto. Nel museo della citta’ ci sono immagini di diversi periodi storici: greco, romano, egizio… ma non si parla mai di arabi. Nelle baracche intorno al porto vivono pescatori che verranno mandati via perche’ li’ sorgera’ una zona commerciale, tutto il paesaggio sta cambiando a grande velocita’.
<<Un tempo Jaffa era una citta’ araba – conclude Yousef – Poi sono arrivati gli ebrei, accettati di buon grado dai palestinesi. Dopo un po’ di tempo l’equilibro e’ saltato, a causa di una vera e propria forma di apartheid sulla spiaggia di Jaffa: da un lato i palestinesi, dall’altro gli ebrei. Ora non c’e’ piu’ la politica del buon vicinato, ma dell’inglobamento>>

Aggiungo ancora due cose.

Sul bombardamento di Jaffa, la nostra guida ci ha detto di andare a controllare l’Enciclopedia Britannica. Nel volume V c’e’ scritto che Churchill disse agli inglesi di “bombardare Berlino come era stata bombardata Jaffa”. Se qualcuno ha l’Enciclopedia Britannica vada a controllare.

Altra notazione: sui muri delle case ci sono dei falsi storici. Abbiamo visto un simbolo ebraico nello stesso colore e materiale aggiunto in seguito ad un edificio storico per ricreare un immaginario fittizio.

Gerusalemme domenica, 3 agosto 2008

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Qualche appunto sparso prima di colazione e di partire poi per Tel Aviv con il gruppo.

Impressioni sul Muro del Pianto. Tra quelli visitati in questi giorni e’ uno dei luoghi che piu’ colpiscono chi come me non e’ religioso. Migliaia di persone in abiti tradizionali che pregano (ovviamente searati) con movenze a me poco usuali. L’aspetto piu’ incredibile e’ che ognuno sembra chiuso nel proprio mondo, senza curarsi di quello che capita intorno (e quindi, ad esempio, chi cammina non si preoccupa di spintonare gli ignari turisti che si trovano sul suo cammino). Ieri era Shabbat e su tutta la piazza intorno al muro del pianto era vietato fumare e scattare fotografie. Gli uomini che entrano nell’area di preghiera del Muro del Pianto devono avere la testa coperta, le donne devono essere vestite adeguatamente (quindi non con le spalle scoperte o vestiti trasparenti: per le turiste sono a disposizione gli scialli che solerti guardiani impongono a gran voce). Lo Shabbat e’ cominciato venerdi’ sera, al tramonto, ed e’ durato fino a ieri sera (sabato, appunto). Non so quale cerimonia si sia svolta nella citta’ vecchia di Gerusalemme la sera del venerdi’, ma qualcosa sicuramente c’era perche’ intorno alle 21 dalla porta di Damasco davanti alla quale si trova il nostro ostello hanno cominciato a defluire tantissimi fedeli. La cosa piu’ simile questa scena e’ l’uscita dei tifosi dallo stadio: oltre mezz’ora di deflusso ininterrotto.

Durante la mattina del sabato, il Muro del Pianto era nuovamente affollato di fedeli, ma vestiti diversamente rispetto al giorno prima: il colore predominante era il bianco e non il nero. Probabilmente abbiamo assistito, anche se da molto lontano, ad una cerimonia paragonabile al battesimo, con uomini e donne sotto la barriera che divide le due ali della piazza che si tiravano qualcosa di simile a caramelle o a coriandoli e ridevano. Ecco un altro aspetto che mi ha colpito: in questi giorni sono stati ben pochi, tra gli ebrei osservanti che abbiamo incontrato, quelli che ridevano. La maggior parte mostrava un atteggiamento di chiusura e con facce cupe e sguardo serio.

Il venerdi’ e il sabato non si puo’ entrare sulla Spianata delle Moschee. Il venerdi’ perche’ e’ riservata alla preghiera musulmana. Il sabato perche’ i soldati con mitra impediscono l’accesso. Se abbiamo capito bene e’ perche’ sono gia’ impegnati a garantire il corretto svolgimento dello Shabbat.

Qualche impressione anche sul Quartiere Arabo. Il posto piu’ simile a questo, nella mia esperienza, e’ via Pre’ a Genova. Le vie del quartiere arabo sono strette o coperte, per permettere di passeggiare anche quando il sole e’ alto e fa molto caldo (a proposito: per il momento non sto soffrendo troppo il caldo, per fortuna sono freddolosa e comunque cerchiamo di non rimanere sotto il sole durante le ore di punta. Questa notte ho dormito addirittura dentro il sacco a pelo) Su queste vie si affaccia un’infinita’ di botteghe, piccoli negozietti di ogni genere. Odori di spezie e colori incredibili (cavolfiori fucsia!) si alternano a vestiti all’ultma moda (araba, ovviamente). Molti anche i banchi del mercato o le donne anziane che vendono frutta e verdura sedute in terra. I bambini che lavorano sono tantissimi. Vendono, spingono i carretti, trasportano sulla testa pacchi piu’ pesanti di loro. Anche qui le turiste devono andar vestite in modo acconcio. Una ragazza del gruppo ieri aveva una canottiera ed e’ stata guardata male piu’ volte, e talvolta il suo passaggio veniva commentato dai giovani arabi. Altra particolarita’ del quartiere arabo e’ la “maleducazione” degli abitanti. Per passare non si chiede permesso, ma si spintona (anche con i carretti) e ovviamente nessuno chiede scusa.

Ultimo veloce commento prima della colazione: fa uno strano effetto, al di la’ dell’aspetto religioso del luogo, essere in un posto cosi’ impregnato di storia e di cultura come Gerusalemme.

Tel Aviv, flash back sabato, 2 agosto 2008

Posted by elimoretti in Tel Aviv.
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Comincio dall’inizio, dall’arrivo, giovedi’, all’aeroporto di Tel Aviv. Effettivamente e’ vero quanto avevamo sentito dire: chi arriva con passaporto non israeliano puo’ essere interrogato. Per noi le domande sono state poche e piuttosto superficiali: conoscete qualcuno in Israele? Dove andate a pernottare? Avete fatto da soli i bagagli? Qualcuno vi ha dato qualcosa? Tutto qui, timbro sul passaporto, sorriso a 32 denti e augurio di buon viaggio.

Il primo impatto con la realta’ israeliana e’ stato paradossalmente con non israeliani. La maggior parte delle altre persone nella fila di chi non ha il passaporto israeliano erano ebrei statunitensi che sembravano usciti da un film storico. Gonnellone nere per le donne, alcune con la parrucca (non possono far vedere i propri capelli). Vestiti neri e cappelli tipici per gli uomini, con i capelli arricciati in due boccoli sul davanti.

Tel Aviv ha riservato invece altre sorprese. Ad un primo sguardo sembra Rimini: una spiaggia affollata, locali, discoteche. Unica differenza e’ il grande numero di grattacieli, molti in costruzione.

Dopo uno sguardo piu’ attento, pero’, si nota come in realta’ si tratta di una citta’ in guerra. Pur essendo costruita dal niente da relativamente poco (circa 70 anni), molte case sono in stato di degrado e probabilmente non sono mai state restaurate. La contraddizione tra queste e i grandi grattacieli e’ evidente.

Non puo’ poi non colpire il grandissimo numero di soldati, sia maschi che femmine. Non e’ tanto la divisa che spaventa, ma i mitra in dotazione a ragazzi e ragazze cosi’ giovani.

Vicino a Tel Aviv c’e’ il porto di Jaffa, che fa parte della stessa municipalita’ di Tel Aviv ma e’ un mondo totalmente diverso. Casette basse, color sabbia (abbaglianti durante il giorno… mi sono ustionata il collo e da due giorni sto mettendo la crema), meno frenesia.

Del giorno e mezzo passato a Gerusalemme (tra l’altro oggi era Shabbat!) scrivero’ domani.

Siamo in un ostello insieme a ragazzi da tutta europa (tanti italiani), da domani cominceranno le attivita’ vere e proprie (oggi solo turismo!) di conoscenza del territorio e delle vicende storiche e politiche. Un unico computer e’ a disposizione di tutti, quindi i tempi sono sempre molto ristretti anche se le cose da dire sarebbero veramente tante. Se poi si aggiunge che la tastiera e’ arabo-inglese, la mia velocita’ di scrittura e’ quasi dimezzata ed e’ quindi ancora piu’ difficile esprimere tutto quello che vorrei raccontare.

Domani il mio gruppo sara’ nuovamente a Tel Aviv, ma con guide locali, quindi capiremo sicuramente meglio la situazione. In programma un incontro con un’associazione che si batte contro le discriminazioni a danno dei palestinesi e una visita al porto di Jaffa (ci hanno spiegato che sara’ per capire che, a differenza di quanto ci viene spesso detto, prima degli israeliani qui non c’era il deserto). Si preannunciano 15 giorni veramente intensi.