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Tel Aviv – Domenica 3 agosto 2008

Tra Gerusalemme e Tel Aviv

Secondo gli accordi del 1967, la città di Gerusalemme dovrebbe essere divisa in due parti: a Est è zona palestinese, a Ovest Israeliana. La realtà è molto diversa: Israele ha occupato con colonie entrambi i territori e il visitatore non si rende conto della divisione (non ci sono confini né barriere) e può pensare che la città sia tutta in territorio israeliano.

Autostrada per Israeliani La strada che conduce a Tel Aviv passa attraverso la Cisgiordania, ma è accessibile solo a israeliani: lungo tutto il percorso è circondata da un muro di cemento o da filo spinato. Blocchi costituiti da cubi di cemento impediscono l’accesso all’autostrada dalle strade laterali. Qua e là spiccano le torrette di controllo e una prigione israeliana in cui vengono incarcerati i prigionieri palestinesi.

Si entra in Israele passando da una barriera di sicurezza: dovrebbe essere un confine di Stato, ma assomiglia ad un casello autostradale e il turista può tranquillamente non accorgersi di essere transitato in Cisgiordania.

Tel Aviv

Abbiamo incontrato Al, una israeliana di origine sudafricana che fa parte delle associazioni ZOCHROT e MAHAPACH, che uniscono israeliani e palestinesi in un lavoro sulla memoria e sul cambiamento del linguaggio, da militarista a pacifista. Le celebrazioni del 60° anniversario di Israele, coincidono con quella che i palestinesi chiamano “nakba”, catastrofe. Zochrot e Mahapach cercano di coinvolgere i giovani nel ricordo, posizionando dei cartelli dove un tempo c’erano i villaggi palestinesi, con l’elenco dei nomi di chi abitava lì e il numero dei morti, oppure pubblicando libri di testimonianze e di fotografie risalenti al 1948.

Al ci racconta che da questo lavoro di testimonianza è emerso come Tel Aviv sia costruita sopra 6 villaggi palestinesi, sopra un cimitero è stato costruito il municipio. Anche il giardino sotto l’hotel Hilton è costruito sopra un villaggio palestinese, di cui rimangono alcuni resti. Dietro ad un muro, nascosto da alcuni alberi e rovi, si può ancora vedere il cimitero palestinese (in queste due foto).

Ulivi e fichi delimitano per tradizione i confini dei villaggi palestinesi. Per gli ebrei non significano niente. Per i palestinesi e per i membri delle associazioni, invece, sono un’ulteriore prova della presenza di villaggi sotto gli attuali grattacieli che compongono la città di Tel Aviv.

Al è stata a lungo un soldato, aveva anche svolto studi per intraprendere la carriera militare. Poi, come ci racconta, ha aperto gli occhi e la sua visione delle cose è cambiata. Ora pensa che la prima cosa da fare sia cambiare anche la visione delle cose degli altri, anche se è molto difficile parlare di diritti dei palestinesi con chi abita a Tel Aviv. Nelle scuole, ci racconta, si parla degli arabi in senso dispregiativo e si nasconde parte della storia: nessuno degli abitanti di Tel Aviv pensa che un tempo lì abitassero gli arabi, tutti sono convinti che prima ci fosse una terra vuota. A scuola si studia la storia di Israele solo attraverso le vittorie, non si parla mai di palestinesi, il tema è totalmente ignorato.

Jaffa, la città vecchia.

La nostra guida si chiama Yousef e ci racconta che Jaffa era un grande porto, molto importante a partire dal medioevo. Fino ai primi anni del Novecento era una città cosmopolita, più importante ancora di Gerusalemme: c’erano le redazioni dei quotidiani, i teatri, i cinema, c’era tanta acqua e quindi fioriva l’agricoltura. Questo spiega perché molti tra i rifugiati in altri Paesi vengono proprio da Jaffa.

Sulla passeggiata che conduce dal centro di Tel Aviv a Jaffa c’è una casa palestinese diventata museo. E’ l’unica casa rimasta di tutto il villaggio che sorgeva nella zona: si dice che fosse di una persona che ha collaborato con gli israeliani in cambio della promessa che non sarebbe stata abbattuta. Nel giardino di fronte alla casa c’è una lapide in memoria dei soldati israeliani, definiti “combattenti che caddero per la liberazione di Jaffa”… è strano pensare a quello sbarco come ad una “liberazione”.
Negli anni ’30 venne bombardata da Churchill, che in seguito darà ordine di bombardare Berlino con lo stesso metodo con cui era stata bombardata Jaffa. La città venne poi bombardata nuovamente nel 1948, al momento dell’occupazione da parte di Ben Gurion. In pochi giorni i villaggi palestinsesi (che avevano circa 4, 5 mila persone ciascuno) vennero distrutti, disperdendo l’intera popolazione. Ci sono fotografie di profughi che si gettavano su zattere per scappare, senza nemmeno sapere dove stavano andando.

Oggi la moschea di Jaffa è diventata un ristorante e molte case sono disabitate. Negli ultimi anni Jaffa è diventata una città per artisti, arrivano da tutto il mondo… ma non ci sono arabi. Allo stesso modo nel museo della città  si ripercorrono vari periodi storici: greco, romano, egizio… non arabo.

Ora il grande porto di Jaffa sta per diventare un centro commerciale. Già attualmente la maggior parte della zona portuale è destinata a barche turistiche, mentre quelle dei pescatori rimangono ferme per la maggior parte dell’anno. Molti tra i pescatori che vivevano nelle baracche intorno al porto sono stati mandati via e gli altri verranno allontanati a breve. La geografia della zona, ci racconta Yousef, sta cambiando ad una velocità incredibile. Dove un tempo c’era la discarica, tra il mare e uno degli ultimi insediamenti arabi rimasti, oggi c’è un progetto di riqualificazione, con la costruzione di chalet. Per far questo vengono abbattute le case, obbligando gli abitanti a spostarsi nell’hinterland.

Per gli arabi che vogliono rimanere c’è un’unica soluzione. Ironizza Yousef: “Per gli israeliani, gli arabi sono terroristi, sporchi e cattivi… ma fanno un buon hummus e sanno cucinare bene il pesce”. Quindi chi vuole rimanere e vuole salvare la propria casa, prova a trasformarla in un ristorante.

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